YOGA A SCUOLA: BENEFICI E PERICOLI

Lo yoga a scuola, nelle ore di educazione fisica, è più che un’idea.

Il presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, ha annunciato che “cercherà di capire se sia possibile inserire questa disciplina a scuola, nelle ore di ginnastica, coinvolgendo anche istituzioni qualificate indiane”. 

Forse perchè preso dalla bellezza e dal coinvolgimento dell’India, forse a causa del fuso orario,  il nostro Presidente del Consiglio pare abbia dimenticato che governa un Paese Occidentale: l’Italia. Certo, distinguere Occidente da Oriente è fondamentale, altrimenti non avrebbe senso studiare le varie culture del Mondo nemmeno alla Scuola dell’Obbligo: abbiamo delle differenze, che piaccia o no. Siamo culturalmente, religiosamente, tempisticamente, originariamente diversi: allora perchè questa corsa all’omologazione? Perchè continuare a fingere e sopratutto a rimuovere con tutte le forze e con tutti i mezzi possibili e immaginabili le nostre radici cristiane?

Bene: lo yoga, per chi non lo sapesse, è una pratica nata in India circa 3000 anni fa, la leggenda narra che abbia origini “divine” legate al mondo del Politeismo orientale; non c’è dubbio che la pratica in oggetto possa – concedetemi il beneficio del dubbio – avere dei benefici ma forse nessuno vi ha mai detto – e fatelo presente anche a Gentiloni – che lo yoga nasconde anche seri pericoli.

Riporto alcuni esempi, per comprendere meglio l’importanza di questo punto di vista.

  • In caso di pressione alta, ci sono alcuni tipi di respirazione e posizioni, che sono particolarmente efficaci per ridurla, mentre ci sono altre pratiche che possono invece aumentarla.
  • Ci sono situazioni, purtroppo molto frequenti, come casi di discopatie, di ernie inguinali e dorsali; a cui specifiche pratiche di yoga possono essere di aiuto e offrire sollievo.Mentre altre posizioni, o modalità di pratica, possono peggiorare la situazione.

E potrei andare avanti così per un lungo elenco…anche un semplice raffreddore o sinusite, possono peggiorare o migliorare a secondo della pratica eseguita.

Attenzione dunque Presidente e attenzione genitori che in tutti i modi cercate di essere alla moda con le pratiche New Age: i nostri figli possono tranquillamente crescere con l’educazione fisica fatta di esercizi, cavallina, pallavolo, etc.. con cui siamo cresciuti – molto bene – anche noi.

E comunque per quanto mi riguarda mio figlio con un’Ave Maria e un Segno di Croce si rilassa ugualmente.

Provare per Credere!

T. S.

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Halloween: il punto di vista di una mamma cristiana

Sono mamma da un anno e due giorni di Lorenzo M. R. e negli anni passati mi sono limitata a boicottare la “festa” di halloween da semplice cristiana, cattolica, credente. Ora, il mio punto di vista è cambiato, e chi è madre sa bene come tanti “punti di vista” cambiano quando arriva un piccolo scricciolo ad allietare e a rendere faticose le giornate divise tra lavoro, lavatrici, aspirapolvere, piatti, giochi per casa e ferro da stiro!

Oltre ad essere mamma di Lorenzo sono responsabile di Ligustrum Leuc, un’associazione cristiano- cattolica attraverso la quale dal 2014 mi occupo di sociale e di minori. In questi giorni, tanti mi hanno chiesto se presso il nostro Centro avremmo dato spazio ai laboratori per halloween e spesso mi sono limitata a non rispondere… Bene, da mamma e da responsabile di decine di bambini che frequentano le nostre attività dico che “NO!” non festeggeremo halloween (che scrivo in minuscolo proprio per dargli l’importanza che merita).

NON lo festeggiamo perchè non è una festa; NON festeggiamo perchè non c’è niente di divertente nel farlo; NON lo festeggiamo perchè la vera festa è quella del 1 Novembre: I SANTI: vero modello di libertà e vita cristiana;

Ho provato inoltre ad immaginare il volto di mio figlio e dei bambini che conosco intriso e truccato con sangue, cipria bianco cadavere, occhi tetri, e al solo pensiero mi sono venuti i brividi! “Perchè”, mi sono chiesta, “una mamma dovrebbe provare gioia nel vedere il volto del proprio figlio trasformato in una maschera di sangue?” Mi è tornata alla mente la prima notte  trascorsa in ospedale con Lorenzo: non dormii, volevo solo guardarlo per contemplare ciò che Dio mi aveva donato: due occhi profondi e scuri, le labbra carnose e rosse, le guance rosee e paffute… come potrei accettare anche se per poche ore di vedere tanto splendore trasformato in orrore?

No! Non posso accettarlo, nemmeno per gioco. Nemmeno per una notte.

D’altro canto, professarsi cristiani e credenti esige radicalità, e Cristo la morte l’ha vinta. A noi spetta festeggiare la Sua Resurrezione che un giorno sarà la nostra.

Buona Festa di OgnisSanti!

Tiziana Silletti

Bambini e Animali: un rapporto prezioso

E’ da sempre il migliore amico dell’uomo. E lo è fin dai primissimi anni di vita.

Studi e ricerca hanno dimostrato, infatti, che il cane, oltre ad essere un compagno di giochi formidabile per tutti bambini, ha sui più piccoli un effetto positivo. Vivere accanto ad un animale permette ai bambini non solo di sviluppare l’aspetto della socializzazione e dell’interazione, ma anche di accrescere il senso della responsabilità e il valore della cura e del rispetto. Benefici che il coordinatore pedagogico Valerio Cevoli, che gestisce un centro per la primissima infanzia nell’interland di Milano, conosce molto bene. “Le esperienze maturate negli anni all’interno del mio asilo nido, attraverso percorsi guidati da psicologhe e terapiste che svolgono abitualmente pet-therapy con cani, ma anche gatti, conigli, tartarughe, e addirittura con cavalli, mi hanno permesso di constatare personalmente il grande beneficio che il rapporto bambini-animali dona allo sviluppo emotivo e relazionale dei più piccoli. Accompagnare la crescita dei nostri bambini con la presenza di un animale può rappresentare, dunque, un valore aggiunto all’educazione e al tipo di esperienze che intendiamo far vivere ai nostri figli. Un animale, educa alla “diversità”, perché dimostra al bambino che non esistiamo soltanto noi umani, ma anche altri esseri viventi che meritano rispetto e che sono in grado di offrirci molto dal punto di vista affettivo e relazionale”

L’importanza della responsabilità (nei piccoli, ma anche nei grandi)

Tutte le campagne di sensibilizzazione nei confronti del mondo animale lo sostengono da sempre, eppure è importante non stancarsi di ripeterlo: scegliere di accogliere all’interno della propria famiglia un animale comporta un impegno quotidiano e dei doveri precisi.”La scelta di adottare un cucciolo non deve essere presa alla leggera: la prima cosa da insegnare ad un bambino è infatti l’enorme responsabilità che vivere con un animale comporta. Un cane o un gatto
– precisa lo specialista – necessitano di cure e attenzioni e non devono essere considerati “giocattoli”, piuttosto, è opportuno paragonarli a dei compagni di
vita e di avventure, ma sempre nel reciproco rispetto della loro specifica natura”.

I benefici del rapporto animale-bambino

“I bambini che crescono accanto a degli animali domestici hanno sicuramente una maggiore capacità empatica, sono cioè in grado di leggere e comprendere le emozioni e i comportamenti altrui in modo amplificato rispetto a chi non vive una simile esperienza. Sono allenati, fin dalla più tenera età, all’osservazione di gesti e bisogni non interpretabili nell’immediato. I benefici sono quindi a livello psicologico ed educativo: interagire con l’animale mette in moto il desiderio di curare un altro essere vivente e responsabilizza anche bambini di soli 4 anni di vita. I più piccoli, che sono indubbiamente attratti dal pelo dell’animale e dalla sua vivacità, non riescono invece ancora a comprenderne realmente i bisogni, eppure la relazione con l’animale a livello educativo insegna, già a partire dai 2 anni, ad attendere i tempi dell’altro e la virtù della pazienza, aspetti fondamentali per imparare a vivere all’interno di una comunità e secondo regole ben precise”.

Cani, ma anche gatti, conigli e asinelli

Non solo i cani fanno bene ai bambini, anche i gatti e altri animali di piccola e media taglia possono giocare un ruolo attivo nel loro percorso di crescita. Molti psicologi dell’infanzia hanno iniziato a proporre percorsi terapeutici con animali di piccole dimensioni riconoscendo i benefici che le relazioni che si instaurano tra gli animali e i bambini offrono ai più piccoli. I gatti, come i cani, responsabilizzano il bambino e lo aiutano a maturare una consapevolezza sulle esigenze e sulle responsabilità che comporta la convivenza con l’animale. I conigli nani, per via del loro carattere pacifico (sono chiamati animali da affezione, ma è importante insegnare ai bimbi a “maneggiarli” con cura), sono invece adattissimi ai bambini di età da nido, mentre i cavalli e gli asini sono utilizzati in percorsi di recupero e riabilitazioni per bambini con disabilità o affetti da autismo. La relazione tra un bambino ed un animale è dunque qualcosa di speciale. Il compito degli adulti è quello di non ostacolarla, favorendo un incontro basato sul rispetto e l’attenzione.

di Marina Rosti

Fonte: http://www.unadonna.it/mamma/bambini-e-animali-un-rapporto-prezioso/152040/

Modelli e indicazioni per favorire la relazione genitori-insegnanti

Una buona relazione tra genitori e insegnanti favorisce il benessere dei figli-alunni.

La relazione scuola-famiglia rappresenta un importante fattore di promozione dell’apprendimento per bambini e ragazzi; varie ricerche hanno dimostrato come tale relazione sia fondamentale nel sostenere il successo scolastico per gli alunni.

Nonostante per la letteratura psicopedagogica ciò sia ormai evidente, in realtà si fa poco in questa direzione: spesso la scuola si pone come un luogo distaccato o addirittura ostile nei confronti delle famiglie e i genitori sono ancora considerati dagli insegnanti un problema piuttosto che una risorsa. Tali difficili rapporti devono essere affrontati partendo dalla convinzione che, sia a livello organizzativo sia individuale, la relazione scuola-famiglia costituisce una dimensione sulla quale occorre investire perché produce vantaggi a tutti i livelli, ma soprattutto perché favorisce negli alunni apprendimento e benessere.

PROSPETTIVE E INTERVENTI

Nella letteratura psicologica sono stati elaborati alcuni modelli sulla relazione scuola-famiglia, utili per la definizione di prospettive operative che possano migliorare tale relazione. Questi modelli riflettono differenti tipi di presenza delle famiglie a scuola e un diverso loro livello di coinvolgimento nell’educazione dei bambini.

In generale, possiamo distinguere due categorie di interventi: quelli centrati sulla scuola e quelli focalizzati sulla famiglia.

L’intervento centrato sulla scuola si riferisce a tutte quelle azioni promosse dall’organizzazione scolastica tese a sollecitare la partecipazione delle famiglie nell’educazione dei figli e a e migliorarne la qualità, quali per esempio conferenze o gruppi di incontro per genitori e insegnanti, attività di volontariato per i genitori nella scuola, organizzazione di eventi per le famiglie e i docenti a scuola.

Diversamente, l’intervento focalizzato sulla famiglia considera in modo prioritario la partecipazione familiare all’educazione dei bambini nel modo in cui si realizza nell’ambiente domestico, e include, per esempio, le conversazioni sulla scuola tra genitori e figli, l’aiuto da parte dei genitori nei compiti a casa, il coinvolgimento delle famiglie nelle attività extra-didattiche.

In realtà i vari modelli presenti in letteratura evidenziano sempre un’interconnessione tra le due agenzie educative, con strategie che anche se si realizzano in un contesto piuttosto che in un altro, coinvolgono sempre la relazione tra scuola e famiglia.

Tale interconnessione è ben evidenziata dal modello noto in letteratura come The Overlapping Spheres of Influence Model di Epstein (1996), che si ispira alla visione ecologica di Bronfenbrenner (1986) ed enfatizza la cooperazione e la complementarietà della scuola e della famiglia incoraggiando la comunicazione e la collaborazione tra le due istituzioni.

Questo modello rappresenta la famiglia e la scuola come due sfere che possono essere più o meno sovrapposte o separate, in base all’azione di tre forze:

  1. il tempo;
  2. le caratteristiche e le pratiche della famiglia;
  3. la filosofia e le prassi della scuola.

Il modello inoltre enfatizza la reciprocità tra insegnanti, famiglie e alunni, individuando negli alunni gli agenti attivi della relazione scuola-famiglia e assume che uno scambio di attività, abilità e interessi tra genitori e insegnanti si basi sul mutuo rispetto e sulla condivisione di obiettivi comuni dei quali beneficerà l’apprendimento e lo sviluppo dei bambini (Epstein, 1996; 2001).

Per Epstein le attività fondate sull’alleanza tra scuola e famiglia sono raggruppate in sei categorie:

  1. Parenting. Obblighi di base dei genitori nei confronti dei figli: supervisione, guida, materiali necessari per la scuola.
  2. Communicating. Obblighi di base della scuola verso gli alunni e le loro famiglie: comunicazioni ai genitori sui programmi scolastici e sui progressi degli alunni.
  3. Volunteering. Coinvolgimento dei genitori a scuola, attraverso le attività volontarie dei genitori nel contesto scolastico e la loro partecipazione a eventi speciali.
  4. Learning at home. Coinvolgimento dei genitori nell’apprendimento a casa, incluso l’aiuto per i compiti a casa, discussioni sulla scuola, sostegno e appoggio… tutto ciò, insomma, che incoraggia la partecipazione dei genitori.
  5. Decision making. Coinvolgimento dei genitori nelle decisioni a livello di commissioni scolastiche, consiglio di classe, di istituto.
  6. Collaborating with the community. Collaborazione con il territorio e condivisione tra genitori all’interno della stessa comunità (Epstein, 1996).

Il fattore che maggiormente sostiene il coinvolgimento dei genitori nell’educazione dei bambini a casa e a scuola consiste nella percezione che la loro collaborazione è attivamente incoraggiata dagli insegnanti e dalla scuola.

Un’altra lettura della relazione scuola-famiglia molto nota in letteratura è il modello del coinvolgimento dei genitori di Hoover-Dempsey e Sandler (1997). Questo modello si focalizza sul senso di efficacia dei genitori e sulla costruzione del loro ruolo genitoriale, evidenziando come per padri e madri sia importante percepire di poter esercitare un’influenza sull’educazione dei figli e sentirsi coinvolti dalla scuola. Questa prospettiva teorica sottolinea il ruolo dei costrutti che motivano le famiglie a partecipare attivamente alla vita scolastica dei figli.

Un primo costrutto alla base di tale decisione riguarda la concezione personale del ruolo genitoriale, ovvero ciò che i genitori ritengono debba essere parte dell’educazione dei figli. Tale concezione si costruisce nei contesti socioculturali di provenienza delle famiglie, che definiscono quali attività siano considerate importanti e necessarie per essere dei buoni genitori.

Il secondo costrutto è relativo al senso di auto-efficacia percepito dai genitori rispetto alla possibilità di aiutare i figli nella realizzazione del successo scolastico, ovvero le convinzioni che padri e madri hanno maturato sul loro senso di adeguatezza e sulle loro capacità, sulle abilità che ritengono di possedere e sulle capacità di apprendimento che attribuiscono ai loro figli.

Il terzo costrutto è connesso alle richieste effettive che la scuola pone rispetto al coinvolgimento genitoriale, ovvero quali opportunità reali di collaborazione segnalano la volontà da parte degli insegnanti e della dirigenza di far partecipare le famiglie.

Oltre ai segnali offerti dagli insegnanti e dagli alunni, altri fattori, determinanti per influenzare le decisioni dei genitori nei confronti della partecipazione a scuola, sono: l’età e il livello di sviluppo del bambino, le qualità personali dei padri e delle madri, l’entusiasmo relativo alla possibilità di far parte della vita scolastica dei figli, la percezione delle proprie abilità, gli interessi e le competenze, la percezione del tempo e delle energie necessarie per svolgere tali compiti, l’esperienza precedente, i fattori personali scolastici e sociali dei genitori.

Anche questo modello sottolinea in modo rilevante come il desiderio e la disponibilità alla partecipazione aumenti quando la scuola riconosce in modo concreto i genitori come partner nello sviluppo dell’educazione dei bambini.

Fonte: http://www.giuntiscuola.it/psicologiaescuola/psicologia/modelli-e-indicazioni-per-favorire-la-relazione-genitori-insegnanti/

Educazione dei figli: i 10 errori più comuni che fanno i genitori

Nessun genitore è perfetto, tutti commettiamo errori. Partendo da questa consapevolezza e con un po’ di tolleranza nei nostri confronti, vediamo dove sbagliamo più frequentemente. Non con l’ambizione di diventare perfetti, ma per provare a essere genitori più consapevoli.

Ecco i 10 errori più comuni  e i suggerimenti di Roberta Mariotti psicologa e psicoterapeuta, coautrice del libro “Genitori in pratica”.

1 “Stai attento, così ti farai male! Non salire in piedi sull’altalena…”

Errore: essere iperprotettivi
“Bambini troppo protetti, rischiano di diventare adulti insicuri” dice la psicologa. “Il bambino deve fare la sua esperienza, deve confrontarsi anche con i pericoli e provare a superarli da solo. Nel nostro mondo occidentale non ci sono guerre, né viviamo in costante pericolo di morte, come invece era nel passato, ma le ansie genitoriali anziché diminuire sono aumentate”.

2 “Quando siamo al supermercato ti compro il gioco che vuoi, promesso!”

Errore: non dire mai di no

“Il genitore non deve fare tutto quello che gli chiede un bambino. Ad esempio se ci fosse in ballo la sopravvivenza e ci trovassimo su una nave in mezzo al mare, non lasceremmo a un bambino il timone. La responsabilità è nostra. Inoltre non è affatto vero che i bambini sono più felici più roba hanno. I bambini non sanno, è quindi importante che l’adulto valuti se c’è davvero bisogno di comprare qualcosa e non solo perché  lo chiede il piccolo. I bambini sono bambini e le decisioni spettano agli adulti.

3 “Ma come ho fatto ad avere un figlio come te!”

Errore: perdere la calma con un bambino
“Frasi di questo genere sono scorrette perché mortificano e sminuiscono il bambino. Così come anche urlare quando si è molto arrabbiati”. Quello che bisogna fare è dare regole chiare e non comandi, cioè meglio dire: “Quando si è a tavola non si canta”, piuttosto che: “Stai zitto e mangia!”. E se il bambino trasgredisce piuttosto che insultarlo personalmente è meglio criticare il comportamento, ad esempio “Non sono contenta di quello che hai fatto…”

4 “Tuo figlio è maleducato e dà gli spintoni alla mia bambina!”

Errore: intromettersi nelle relazioni dei figli
“Se un bambino ha un problema con un amico è giusto ascoltarlo e magari dare suggerimenti, ma non bisogna farsi prendere dall’emotività e riprendere il bambino in questione o addirittura rivolgersi ai suoi genitori. In molte situazioni i piccoli se la cavano meglio senza di noi adulti. Se ci immischiamo a risolvere i loro guai  rischiamo di ingigantire un problema e rendiamo i bambini incapaci di agire”.

5 “La tua maestra non capisce niente!”

Errore: credere che il proprio figlio sia perfetto
Parlare male degli insegnanti perché hanno dato un brutto voto o hanno ripreso vostro figlio è da evitare. “In questo modo si alimenta il fatto che il bambino sia perfetto. Il genitore, cercando di proteggerlo, in realtà rischia di crescere un piccolo arrogante” .
Se davvero c’è un problema con la maestra, allora è meglio che  il genitore chieda un colloquio per capire se davvero c’è qualcosa che non va. Importante però è non coinvolgere il bambino.

6 “Non è possibile che i tuoi compagni abbiano preso un voto migliore in matematica!”

Errore: essere in competizione con gli altri genitori
I genitori spesso sono in competizione tra loro per il successo dei figli. “Ma esagerare la competizione e magari fare confronti continui può dare al bambino l’impressione che gli altri siano più bravi”. Se nostro figlio fa male un compito, meglio concentrarsi sul perché ha sbagliato, non cercare la perfezione ma il miglioramento. E ricordarsi che anche i veri talenti hanno fatto degli errori.

7 “Lascia, ti aiuto io a fare le equazioni, la ricerca la prepariamo insieme dopo cena…”

Errore: fare i compiti al posto suo
“I genitori dovrebbero evitare di fare i compiti al pomeriggio insieme ai figli.

Sia perché insegnare è il lavoro degli insegnanti e va lasciato a loro, sia perché bisogna dare spazio ai figli di fare e anche di sbagliare. Inoltre se i genitori si sostituiscono nel fare i compiti, la scuola perde per i ragazzi quel carattere di sfida e subentra in loro la noia e la svogliatezza”.

8 “Avevo detto che non si guarda la tv, non mi importa se te l’ha accesa il papà. Ora ci sono io e si spegne”

Errore: essere in disaccordo con l’altro genitore
La mancanza di coesione genitoriale crea nei bambini disagio e confusione:non sanno più a chi fare riferimento, percepiscono una crepa nella coppia e spesso hanno la sensazione di esserne la causa. I figli si trovano a dover fronteggiare da soli le incertezze degli adulti. Quindi è molto importante che le regole educative vengano decise e portate avanti insieme da mamma e papà. 

9 “Vuoi gli adesivi come quelli della tua compagna? Vuoi fare quello sport che fanno tutti i tuoi amici e solo tu non fai?”

Errore: anticipare i desideri dei figli
L’ansia della mamma che la figlia si senta inferiore o possa essere esclusa la porta ad anticipare continuamente i suoi bisogni. “L’anticipazione genitoriale dei bisogni infantili impedisce ai figli di vivere i propri desideri perché i genitori, nell’ansia di soddisfarli, finiscono per soffocarli” dice il pedagogista Daniele Novara.  Quindi prima di proporre un’attività, di comprare un gioco, di dare una merenda super golosa, aspettate che sia il bambino a chiedervela, lasciate ai figli lo spazio per sentire e vivere i propri desideri.

10 “Ti ho spalmato la marmellata sulla fetta di pane, così non ti sporchi, non ti tagli, non ti affatichi…”

Errore: essere troppo servizievoli e impedire ai figli di essere autonomi

La continua assistenza ai figli non lascia loro la possibilità di sperimentare, di fare esperienza. “Nel troppo fare dei genitori i bambini diventano fragili” .

Fonte: https://www.nostrofiglio.it/bambino/bambino-3-6-anni/educazione-dei-figli-i-10-errori-piu-comuni-che-fanno-i-genitori

IL DISEGNO INFANTILE: COSA COMUNICANO I BAMBINI?

La grande fioritura del disegno infantile comincia nella scuola materna, quando i bambini disegnano volentieri e per gioco senza essere spinti dagli adulti, e va scemando all’inizio dell’età scolastica. Sul finire del diciannovesimo secolo il disegno infantile è diventato a pieno titolo oggetto di attenzione e di ricerca per la sua ricchezza di messaggi.

Molti studi sono stato condotti sui modi di espressione nelle prime età della vita quando il bambino, disegnando senza modello, opera una vera creazione esprimendo tutto ciò che ha in sé. Da ciò, con opportuni strumenti, si può far derivare la visione personale del mondo e della sua personalità.

Il disegno infantile: il test della figura umana

Nel disegno infantile della figura umana il bambino rappresenta se stesso, dunque l’immagine che ha di sé e del suo corpo, nonché del suo stato d’animo. Innanzitutto andrebbero osservati: la collocazione del disegno sul foglio, la dimensione del disegno, la forza del tratto grafico e del gesto, i coloriutilizzati.

Anche il rispetto delle proporzioni è importante da valutare: una accentuazione di una qualunque parte del corpo è tendenzialmente indicativa di “un bisogno di …”. Nel disegno infantile della figura umana le zone generali d’influenza sono:

La testa: zona del pensiero, della fantasia, della vita mentale; simbolo della percezione di sé. Se viene raffigurata grande spesso esprime un bisogno di comunicazione, se invece è disegnata piccola spesso indica chiusura e timidezza.

Lafaccia : se omessi organi del viso, si ipotizza ritiro dalla realtà sociale, rifiuto, isolamento.

Gli occhi: espressione di vitalità, delle emozioni del ragazzo (curiosità intellettiva, partecipazione sociale); se mancano può voler dire che il ragazzo si rifiuta di vedere la realtà, se sono grandi indicano curiosità, se molto grandi indicano iperattività, aggressività.

La bocca e i denti: simbolo della nutrizione, dell’affettività, dell’aggressività. Una bocca assente può indicare carenza affettiva, dipendenza, possibili disturbi alimentari; un bocca colorata di rosso può indicare un’aggressività latente.

Il naso: simbolo fallico (non a caso i maschietti lo disegnano in modo più evoluto).

capelli: simbolo di sessualità, se lunghi esprimerebbero desiderio di piacere agli altri, se corti rivelerebbero una scarsa identificazione nella mamma.

Il collo: zona del rapporto tra la vita istintiva e il controllo razionale della stessa; è l’area di espressione dei conflitti. Se allungato indica desiderio di crescita ed esplorazione.

Il tronco: zona dell’affettività, delle problematiche sessuali e dell’aggressività.

Gambe e piedi: zona del contatto con la realtà concreta.

Braccia e mani: zona di contatto con l’ambiente sociale.

Il disegno infantile: il test della famiglia

Nel disegno infantile in cui viene rappresentata la famiglia è necessario osservare il tempo che il bambino impiega per disegnare le singole persone e tutto il disegno, la cura dei particolari, la collocazione dei personaggi, vicinanze e lontananze, primo e ultimo personaggio disegnato, cancellature e ritocchi, omissione di qualche componente (per esempio la sorella …), animali o componenti aggiunti (per esempio una zia …), la somiglianza tra personaggi, atteggiamenti dei componenti, espressioni del volto, i ruoli e l’abbigliamento.

Il bambino tendenzialmente si disegna sempre vicino al personaggio che ama di più. Se la sorella/fratello è tra la madre e il padre, il bambino che disegna probabilmente si percepisca meno amato. Generalmente i genitori sono disegnati per primi e il bambino si colloca tra loro, indice questo di una buona relazione. Il personaggio disegnato per primo o al primo posto è quello con cui il bambino si identifica. Se il bambino disegna prima se stesso infatti si ipotizza un carattereegocentrico, se invece si disegna per ultimo si rivelerebbe una sfiducia in sé. I Personaggi disegnati in disparte esprimerebbero un mancato inserimento, sia esso reale o percepito, mentre escludere proprio un componente della famiglia sarebbe un segno di rifiuto.

Sempre e comunque non dimentichiamo le parole dello psicologo M. Rambert: “Noi non potremmo mai comprendere i disegni di un bambino se egli non ce li spiegasse”.

di Laura Gazzella

Fonte: http://www.crescita-personale.it/teorie-psicologia/947/disegno-infantile-cosa-comunicano-i-bambini/2631/a

L’infanzia Negata: i segnali e le conseguenze degli abusi sui Minori

È davvero difficile parlare di abusi sessuali e ancor più riconoscere che ogni giorno si verificano abusi sessuali su bambini di ogni età, anche molto piccoli. L’abuso sessuale su minore è diventato una delle preoccupazioni centrali della comunità e di molte iniziative professionali e legislative. A dimostrarlo il continuo aumento della letteratura in merito e il sempre maggior numero di dichiarazioni di adulti “sopravvissuti” e di servizi televisivi a tema.

Secondo il National Child Abuse and Neglect Data System (NCANDS), il 9.3 % di casi di abuso e abbandono di minore del 2005 riguardava abusi sessuali. Stiamo parlando di oltre 83.800 vittime solo nel corso del 2005 (USDHHS, 2007) e ulteriori studi parlano di numeri ancora maggiori. Inoltre le statistiche indicano che è il sesso femminile a essere più spesso vittima di abusi sessuali, anche se il numero delle vittime maschili è comunque significativo.

CHE COSA SIGNIFICA ABUSO SESSUALE SU MINORE?

La definizione legale di molestia su minore considera abuso ogni atto di una persona (adulto o altro minore) che con la forza, la coercizione o le minacce costringa un minore ad avere qualsiasi forma di contatto sessuale o di attività sessuale. L’abuso sessuale include rapporti sessuali e/o  comportamenti che prevedono toccamenti sessuali del minore, molestie senza toccamento e utilizzo del minore a scopo sessuale. A volte può non esserci nessun contatto fisico e l’abuso può avvenire online, tramite chat e/o webcam.

I toccamenti sessuali includono:

  • Accarezzamenti
  • Far toccare ad un minore i genitali di un adulto
  • Penetrare la vagina o l’ano di un minore, sia con il pene che con qualsiasi oggetto che non abbia uno scopo puramente medico

Molestie senza toccamento:

  • Esposizione indecente di parti sessuali o esibizionismo
  • Mostrare ai minori materiale pornografico
  • Far assistere deliberatamente il minore ad un rapporto sessuale
  • Masturbarsi davanti ad un minore

Utilizzo del minore a scopo sessuale:

  • Sollecitare/obbligare un minore a prostituirsi
  • Utilizzare un minore come modello per film o fotografie pornografiche

Nell’abuso online il minore può essere forzato a:

  • Inviare o postare immagini sessualmente esplicite di se stesso
  • Prendere parte ad attività sessuali tramite webcam o smartphone
  • Avere conversazioni sessuali tramite messaggi di testo o chiamate

QUALI SONO GLI EFFETTI DI UN ABUSO SESSUALE SU UN MINORE?

Gli effetti di un abuso sessuale su un minore si prolungano ben oltre l’infanzia, privando il/la bambino/a della fanciullezza, creando perdite di fiducia unite a sentimenti di colpa e comportamenti di auto-abuso. Si possono presentare condotte antisociali, depressione, confusione sull’identità, perdita dell’autostima e altri problemi emotivi molto seri. L’abuso può rendere difficile alla vittima relazionarsi in modo intimo con altre persone, nel corso della vita.

L’abuso sessuale di minore è sbagliato sia eticamente che moralmente!

COME DIMOSTRARE UN ABUSO SESSUALE

Nel caso di abuso sessuale su minore, spesso il/la bambino/a è il solo testimone e le affermazioni della vittima possono essere l’unica dimostrazione. In questi casi, il problema principale può essere “il credere alle affermazioni del minore”. Alcuni esperti attestano che i bambini non mentono mai sugli abusi sessuali e pertanto le loro dichiarazioni devono essere sempre credute.

Generalmente i casi in cui ci sono prove definite ed evidenze oggettive sono l’eccezione, ma esistono alcuni segnali. Il primo indicatore di un abuso può non essere una evidenza fisica, ma piuttosto un cambiamento o un comportamento anomalo. Poiché è difficile accettare che possano esserci stati abusi su un minore, spesso gli adulti interpretano erroneamente i segnali e le emozioni dei bambini. A volte, anche davanti alla rivelazione da parte di un minore di un abuso, le reazioni degli adulti possono essere di incredulità e rifiuto.

Gli abusi sessuali vengono scoperti:

  • Direttamente: la vittima o un familiare della vittima fa alcune affermazioni sull’abuso, cercando aiuto
  • Indirettamente: attraverso testimoni o se la vittima contrae una malattia sessualmente trasmissibile o rimane incinta

A volte il trauma da abuso è così forte che possono passare anni prima che la vittima si renda conto e riesca a parlare dell’accaduto. Alcuni adulti possono rendersi conto dell’abuso per la prima volta anche a 40 o 50 anni e rivelare la loro esperienza terrificante.

QUALI ELEMENTI OSSERVARE SE SI SOSPETTA UN ABUSO SESSUALE

In base all’età, i bambini vittime di abusi sessuali possono esibire alcuni comportamenti.

Da 0 a 3 anni:

  • Paura o pianti eccessivi
  • Vomito
  • Problemi di allattamento/alimentazione
  • Disturbi intestinali
  • Disturbi del sonno
  • Difficoltà di crescita
  • Difficoltà a ricordare come parlare o non essere in grado di farlo
  • Agire l’evento traumatico durante il gioco

Da 2 a 9 anni:

  • Paura di determinate persone, posti o attività
  • Regressione a comportamenti precedenti come bagnare il letto o avere paura degli estranei
  • Essere insolitamente appiccicosi con un genitore o un altro adulto
  • Vittimizzazione di altre persone
  • Eccessiva masturbazione
  • Emozioni di vergogna o colpa
  • Incubi o disturbi del sonno
  • Isolamento dalla famiglia o dagli amici
  • Paure ricorrenti di essere attaccato/a
  • Disturbi alimentari

In bambini più grandi o adolescenti:

  • Depressione
  • Incubi e disturbi del sonno
  • Basso rendimento scolastico
  • Promiscuità
  • Abuso di sostanze
  • Aggressività, comportamenti distruttivi o irrispettosi
  • Fughe da casa
  • Disturbi alimentari
  • Gravidanza o matrimonio precoci
  • Comportamenti suicidi
  • Rabbia nell’essere forzati da qualcuno
  • Comportamenti pseudo-maturi

COSA PUOI FARE

Proteggi il tuo bambino: insegna a tuo/a figlio/a quali sono i comportamenti sessuali adatti alla sua età e quando dire “NO” se qualcuno cerca di toccare parti intime del suo corpo o semplicemente lo/la tocca in modo da farlo/a sentire a disagio. Inoltre, osserva tuo/a figlio/a mentre interagisce con gli altri per notare se ci sono esitazioni o se è a disagio con determinati adulti. É davvero importante controllare i nostri figli e lasciarli nelle mani di persone che li proteggano.

Supporta i minori vittime di abuso sessuale: i bambini hanno bisogno di sapere che possono parlare con un adulto di cui si fidano e che saranno creduti. Le vittime di abusi necessitano di essere rassicurate e di sentirsi ripetere che non sono responsabili di ciò che è accaduto loro. Le famiglie in difficoltà possono essere supportate ed ognuno di noi può essere parte integrante del processo di aiuto.

Insegna ad altre persone cos’è l’abuso su minori: puoi parlarne all’interno di organizzazioni o gruppi di persone oppure proporre alle scuole locali programmi per educare sia gli insegnanti che gli studenti su questo problema.

Denuncia, denuncia, denuncia: se sospetti un abuso sessuale o pensi che un minore possa essere in pericolo, denuncia alle autorità locali (servizi sociali). Coloro che lavorano con i bambini possono rivolgersi alle forze dell’ordine, al tribunale dei minori o, ad esempio, chiamare il Telefono Azzurro, il Centro Nazionale Documentazione e Analisi per l’Infanzia e l’Adolescenza, l’Istituto degli Innocenti, ecc.

Ricorda: potresti essere l’unica persona che può aiutare la vittima di un abuso!

Fonte:http://www.ilvasodipandora.org/trauma-e-abuso/abuso-sui-minori-csa/

Autismo Infantile: capire e riconoscere la realtà

L’autismo è un disturbo generalizzato dello sviluppo di origine genetica con una forte interazione ambientale. Non è una malattia nel senso classico del termine, perché non è possibile curare l’autismo. Tuttavia, è possibile prendersene cura con interventi psico-educativi strutturati che portano all’abilitazione e al miglioramento della qualità della vita sia dei bambini che degli adulti autistici, ma anche dei loro genitori o dei loro familiari.

Qual è l’incidenza dell’autismo in Italia?
Dobbiamo considerare che i dati sull’autismo negli ultimi vent’anni sono molto cambiati. Negli anni ’70 si parlava di un autistico ogni 40-50mila abitanti, oggi parliamo di un autistico ogni 100 abitanti. Queste sono stime internazionali che si possono applicare anche al nostro Paese, anche se non abbiamo un conteggio preciso della situazione.
Questa disparità di cifre non dipende dal fatto che l’incidenza dell’autismo sia aumentata (forse solo in minima parte), ma dal cambiamento degli strumenti diagnostici.

Quali sono le cause dell’autismo?
Fino agli anni Ottanta si pensava che l’autismo fosse una problematica derivante da questioni di tipo psico-relazionale: le responsabili erano le famose mamme “frigorifero”, o mamme anaffettive, che non erano in grado di voler abbastanza bene ai loro figli. Negli ultimi vent’anni tutto questo è stato sconfessato grazie anche all’intervento delle associazioni dei genitori.
Adesso si sa che l’autismo è una sindrome di origine genetica che ha forti influenze dal punto di vista delle interazioni ambientali.
Attualmente, sono stati scoperti sette geni correlati all’autismo. E sette geni possono creare uno spettro piuttosto vasto di questa malattia. Tuttavia, è ovvio che la genetica non basta per spiegare questo fenomeno, anche perché in genetica il rapporto tra genotipo e fenotipo non è di causa-effetto, ma di predisposizione. Ciò vuol dire che un soggetto può essere predisposto all’autismo, ma non svilupparlo, oppure essere poco predisposto ed esserne affetto.

Quali sono i primi segnali e come si possono riconoscere?
Non è possibile riconoscere la sindrome autistica con esami strumentali, la diagnosi si può fare solo attraverso dati di tipo clinico, che si basano sull’osservazione del comportamento del bambino.
I “sacri testi” dicono che la diagnosi andrebbe fatta nei primi tre anni di vita. I parametri da considerare sono sostanzialmente tre: il primo è lo sguardo sfuggente, che non riesce a focalizzarsi sugli oggetti che normalmente si osservano; il secondo è la ripetitività dell’attività e del gioco, c’è una certa rigidità e una certa routinarietà; infine, il terzo aspetto riguarda l’assenza del linguaggio verbale o un suo ritardo.
Tuttavia, bisogna ricordare che tutti questi elementi possono verificarsi anche nei bambini a sviluppo tipico. Per questo è meglio rivolgersi a uno specialista del settore, in modo da evitare errori che possono avere pesanti ricadute sulla vita del bambino.

Che cosa bisogna fare se si notano questi segnali nel bambino?
Quando il bambino è piccolo è evidente che bisogna andare dal pediatra, sarà poi sua cura, qualora ci sia un sospetto di autismo, inviarlo agli specialisti del settore che possono essere psicologi o anche neuropsichiatri. La valutazione diagnostica deve poi essere fatta su base clinica e quindi sull’osservazione del loro comportamento.
Di sicuro non esistono esami strumentali: non esistono test oggettivi, come l’esame del sangue o una risonanza magnetica, che ci possano dire che il bambino è autistico.
Il dato è che, come in tutte le cose, prima si interviene meglio è. E poi è importante coinvolgere fin da subito i genitori nel trattamento, perché se è vero che non si può guarire dall’autismo è anche vero che possiamo abilitare il bambino in condizioni di autismo per fare in modo che impari tutte le cose che servono per la sua vita e per la sua quotidianità, dal vestirsi al lavarsi, fino anche alle abilità cognitive.

Quali sono gli interventi più efficaci?
Le linee guida 21 internazionalmente adottate, soprattutto quelle scozzesi, dicono quali sono gli interventi che funzionano di più. Questi ultimi fanno riferimento alla psicologia dell’apprendimento, quindi interventi psico-educativi strutturati, progressivi, gerarchicamente organizzati, sequenziali e soprattutto uniformi. Insegnare una cosa alla volta e lentamente. È un po’ come alimentare un albero: se si butta una volta alla settimana una cascata d’acqua sulla pianta, questa morirà di sete; se si versa una goccia d’acqua tutti i giorni quell’albero si svilupperà e diventerà grande.

Il principio deve essere questo: piano ma sempre, lenti ma inesorabili.

Fonte: https://www.nostrofiglio.it/bambino/bambino-3-6-anni/psicologia-3-6-anni/autismo-infantile-come-riconoscere-i-primi-sintomi

 

 

L’importanza del Doposcuola Specializzato

Utilizzando la formula del doposcuola strutturiamo insieme ad ogni alunno il “suo percorso” verso l’autonomia e verso il potenziamento delle proprie abilità di studio, permettendo l’acquisizione di strategie personalizzate, un innovativo approccio ai testi e una migliore organizzazione dello studio.

Con il doposcuola inizia un’importante percorso di crescita dello studente verso l’indipendenza, l’autonomia e il benessere soggettivo.

Molte difficoltà incontrate dai ragazzi durante lo studio pomeridiano (scarsa organizzazione, bassa motivazione, scarso uso di strategie efficaci e mancata applicazione costante di un adeguato metodo di studio) compromettono in modo significativo il successo scolastico, aumentando il rischio di un allontanamento o, addirittura, l’esclusione dal contesto scolastico e/o sociale con importanti ricadute anche sulla sfera emotiva del ragazzo. Appare quindi di fondamentale importanza intervenire tempestivamente sulle difficoltà di studio attraverso l’affiancamento di un tutor specializzato che guiderà il ragazzo nell’applicazione di un adeguato metodo di studio, cosa che lo porterà a sperimentare maggiore sicurezza e autonomia nonché un adeguato atteggiamento nei confronti dell’apprendimento.

Presso il Centro per Attività Socio- Educative “Angelina Lo Dico”  i ragazzi vengono seguiti individualmente con un intervento personalizzato da tutor specializzati.

Grazie al conseguimento di risultati scolastici positivi poi, è possibile rinforzare il loro senso di competenza al fine di far loro sviluppare una maggiore motivazione e autostima.

Essere Genitori oggi: tra paure e doveri

Dott.ssa Mirela Puscu – Psicologa, Psicoterapeuta

Il mestiere di un genitore, questo affascinante e non facile mestiere, vecchio come il mondo e pur sempre nuovo, è un mestiere mai appreso a sufficienza. Essere genitori, vuol dire assumersi l’onere e la responsabilità della crescita dei figli lungo un percorso che non permette rassicuranti certezze. Si diventa genitori quando nasce un figlio, ma lo status generativo in senso psichico lo si conquista lungo tutto l’arco dell’evoluzione dei figli. Come tutti gli atti creativi, il mestiere di genitore, invita alla ricerca di soluzioni sempre nuove. Se preferite, il fare o l’essere genitore, pone costanti interrogativi, invita alla ricerca di soluzioni sempre nuove, mette cioè in quella condizione di cui si può dire che l’unica cosa certa è l’incerto . Fare il genitore, e soprattutto cercare di farlo bene, vuol quindi dire vivere in  una dimensione creativa, sfuggendo la sicurezza del certo, che spesso copre  atteggiamenti rigidi e soluzioni precostituite, e saper rispondere a esigenze sempre nuove. Tutto ciò, è bene dirlo, indica un percorso tutt’altro che facile! Direi che si impara a diventare genitori in una scuola che non esiste, con dei maestri che no ci sono; sono le difficoltà in cui spesso ci si imbatte a fornire lo stimolo alla ricerca di soluzioni alternative e  a sostenere la spinta ad essere genitori migliori.

Inizierei questa mia conversazione con una frase un po’ provocatoria che potrebbe essere di segno contrario rispetto a quanto forse molti desiderano. Vi propongo una frase che suona così: “La cosa più importante che potete fare per aiutare i vostri figli a crescere bene è conoscere voi stessi” . Non intendo sostenere che non sia importante saperne di più su molte cose che riguardano i figli, come ad esempio, le caratteristiche delle tappe dello sviluppo psicologico, le eventuali motivazioni che sono alla base di comportamenti incomprensibili o degli scopi di un comportamento disturbante. È buona cosa essere genitori informati, è utile conoscere molte cose. Centro però dell’azione educativa non è la conoscenza dell’altro, cosa peraltro necessaria, ma la conoscenza di se stessi. Che cosa vuol dire conoscenza di se stessi ? Ci basti dire, per il nostro scopo, che conoscere se stessi vuol dire essere in contatto con le proprie emozioni. L’esperienza dimostra, infatti, che possiamo incontrare genitori adeguati, anche se scarsamente informati; adeguati perché in contatto e consapevoli del proprio mondo emotivo. Non sempre ci è chiaro ciò che proviamo; talvolta ci sfuggono i significati profondi di certe emozioni, magari anche intense, suscitate dalle azioni educative. Abbiamo quindi bisogno di riconoscere quegli aspetti che in modi non perfettamente chiari influenzano il nostro agire. È  il riconoscere ciò che sta alla base delle nostre emozioni che i permette di operare le necessarie ed opportune correzioni per conquistare una maggior armonia. È infatti il far passare l’indifferenziato del sentire emotivo al differenziato della consapevolezza che può aiutare il processo di cambiamento. Diventare genitori migliori vuol dire accettare la logica del cambiamento ; chi dichiara “io sono fatto così, sono gli altri che devono cambiare” si condanna alla rigidità che chiude le porte a possibili miglioramenti. I cambiamenti nel ruolo del genitore sono continui, ma la direzione verso cui orientarli può risultare chiara solo dopo aver riconosciuto i significati emotivi che stano alla base del nostro sentire emotivo.

Un esempio potrà aiutarci a chiarire meglio quanto più sopra affermato. Un genitore mi dice che segue con attenzione, costanza, “senza dare tregua” la propria figlia diciannovenne nello studio delle lingue in vista di un inserimento in una scuola straniera. È  deciso a far montare un’antenna parabolica per la ricezione di emittenti straniere e afferma che la figlia “deve passare in cuffia 5-6 ore tutti i giorni”. Tutto questo perché “deve prepararsi con scrupolo, non può fallire”. La ragazza appare in evidente difficoltà; non  riesce a ribellarsi al padre, accetta le sue proposte senza riuscire a riconoscere che tutto ciò la porta a detestare il padre che la obbliga a ritmi per lei innaturali. Vive in uno stato di tensione, non riesce a dormire, è afflitta da cefalee e altri malesseri psicosomatici. Il padre non riesce a riconoscere l’estremismo delle proprie posizioni che sono vissute come il bene della figlia. Poco incisivi sono gli inviti alla moderazione. Poniamoci la domanda, tanto ovvia a chi osserva con preoccupazione la situazione della ragazza: che cosa si potrebbe fare per aiutare questo padre a comprendere le esigenze della figlia e a divenire, con qualche cambiamento, un padre più adeguato? L’idea immediata potrebbe portarci a pensare all’opportunità di informarlo del disagio e della tensione della figlia; tali spiegazioni però, non sortirebbero l’effetto desiderato, potrebbero anzi far nascere un’insoddisfazione per avere una figlia così debole e poco determinata!  Le conseguenze sul piano educativo sarebbero facilmente prevedibili. Intuite ciò che si potrebbe fare? Dare informazioni sulla figlia serve poco; l’unica possibilità realistica per aiutare il padre dovrebbe passare per il riconoscimento dei pensieri, ansie, timori che sono alla base di un investimento emotivo così massiccio sul futuro della figlia. Solo il riconoscimento di ciò che internamente viene sollecitato da questa situazione potrebbe favorire un cambiamento.

Il discorso portato su noi genitori è indubbiamente più scomodo. È sempre più rassicurante parlare dell’altro, capirne magari i difetti e sperare di poterli correggere. Ci vuole del coraggio a spostare l’attenzione su di noi. Spesso il discorso sulle nostre caratteristiche porta a pensare che l’invito a riconoscere gli aspetti del nostro mondo interno equivalga ad indirizzare il discorso verso l’ammissione delle sole “colpe” per errori che si possono commettere educando i figli. Noi siamo condizionati dalle categorie del giudizio, ci risulta difficile capire un discorso che propone la sospensione delle categorie valutative. Abbiamo sempre bisogno di capire di chi è la colpa per condannare o espiare. Questa è la logica dell’immobilismo e non si cresce con questa logica. Dobbiamo imparare a sospendere le categorie del giudizio, capire gli aspetti del nostro mondo interno per essere in grado di leggere, senza filtri deformanti troppo marcati, le situazioni che stimo vivendo. Tutto questo non sminuisce l’importanza della conoscenza delle realtà psicologiche dell’altro; pretende soltanto di guardare ai fenomeni nel campo dell’educazione da una corretta prospettiva. Mi auguro quindi che quanto diremo sia da voi utilizzato come stimolo ad un’azione introspettiva che, pur senza giungere a livelli di elevata profondità, possa aiutarvi nel cammino dell’autoconoscenza.

Oltre all’autoconoscenza possiamo dire che per svolgere nel modo migliore il mestiere di genitore possiamo servirci di alcuni strumenti che la Psicologia ci mette a disposizione, però con una piccola controindicazione da tenere presente: essere buoni genitori non vuol dire ‘ psicologizzarsi ‘ la vita relazionale coi figli, ma, semplicemente tenere presente alcuni punti basilari.

Un presupposto psicologico fondamentale è che l’atteggiamento, il modo di essere, la personalità del padre e della madre sia fondamentale per lo sviluppo della personalità del proprio figlio; il figlio, in qualche misura, risentirà di come è stato impostato il rapporto, quindi, nel bene e nel male i genitori, influenzano i figli con la loro individualità, con le loro problematiche rimosse e non rimosse, con le loro emozioni e affettività repressa e non repressa, con i loro difetti e virtù, desideri e bisogni. Un altro aspetto fondamentale da tenere presente è il fatto che ogni genitore, in merito del suo unico modo di essere crea un rapporto unico, esclusivo e irripetibile tra sé e il proprio figlio. Perciò, paragonarsi ad altri genitori, cercare il manuale perfetto che possa consigliare cosa fare, riferirsi a modelli considerati perfetti, va a togliere la spontaneità e la naturalezza che è di fondamentale importanza nel costruire un rapporto autentico e vero. Procediamo, quindi per gradi, nel tentativo di fornire utili spunti di riflessione a tutti coloro interessati al tema “essere buoni genitori”. Intanto il compito fondamentale dei genitori è favorire l’autonomia e lo sviluppo dei figli in modo armonico e il più possibile vicino alle naturali tendenze emotive e cognitive del figlio. Occorre dare loro sia le radici che le ali.

Sulle problematiche che, in Psicologia Clinica hanno mostrato avere grande valore predittivo nel causare disagio o malessere nei figli vi sono, tra gli altri:

  • considerare i figli come unica ragione di vita (spesso capita anche inconsciamente di investire in modo eccessivo su di loro);
  • utilizzarli come collante di una coppia in fase di stallo o in crisi;
  • prespporre che il figlio diventi quello che il genitore avrebbe voluto essere da giovane;
  • vivere un’onnipotenza estrema e desiderio di perfezionismo;
  • inoltre, nella relazione genitori-figli, vivere un’eccessiva paura di sbagliare per timore di causare danni psicologici, in realtà, produce un blocco di quel naturale istinto genitoriale che guida il rapporto.

Essere dei buoni genitori significa, anche essere autorevoli. Esercitare l’autorevolezza (che a volte produce sensi di colpa nel genitore che pone divieti e ‘punizioni’) non significa abuso di potere, aggressività e malevolenza nei confronti dei figli. Occorre chiarire, che esercitare l’autorevolezza è uno degli elementi chiave dell’educazione perché, solo attraverso l’imposizione di limiti, confini e regole il bambino/ragazzo riesce a controllare i propri desideri e pulsioni, la propria aggressività; i figli hanno bisogno di un adulto a cui riferirsi per comprendere la realtà e questo, fa sì, che da adulti, essi, possano vivere con una frustrazione non eccessiva le limitazioni che comunque il mondo pone a ciascuno. Però, l’importante è che l’autorevolezza abbia veramente un senso nella realtà; cioè, è necessario non solo imporre dei limiti, dare dei confini e fare rispettare le regole ma spiegarne il motivo tutto ciò.

Nel educare il proprio figlio è sensato che il genitore abbia consapevolezza non solo delle proprie modalità relazionali e del proprio modo di rispondere alle sue richieste ma anche del effetto che tali modalità possano avere sul figlio .

Vediamo, di seguito, gli effetti di alcune risposte tipiche genitoriali:

1) Dare ordini, comandare (Smettila di…)

Questi messaggi comunicano al figlio che i suoi sentimenti o bisogni non sono importanti, egli deve conformarsi ai sentimenti e bisogni dei genitori. Lo inducono a non sentirsi accettato, a temere il potere del genitore e possono provocare sentimenti di risentimento o rabbia che spesso lo inducono a reagire ostilmente, a resistere e a mettere alla prova la reale volontà del genitore.

2) Avvertire, ammonire, minacciare (se lo fai…te ne pentirai)

Questi messaggi possono rendere un figlio timoroso e remissivo. Possono suscitare risentimento e ostilità e possono indurlo a credere che il genitore non abbia rispetto dei suoi bisogni e desideri. Inoltre a volte i figli sono tentati a fare dei test ai genitori per verificare se le conseguenze si avverano.

3) Esortare, fare la predica (Dovresti…è bene che tu…)

Questi messaggi fanno pesare sul figlio il potere esterno dell’autorità, del dovere, degli obblighi e possono fargli nascere sensi di colpa o la sensazione di essere cattivo.

4) Giudicare, criticare, biasimare

Questi messaggi, forse più di tutti gli altri, fanno sentire i figli inadeguati, inferiori, stupidi, indegni, cattivi. L’idea che il figlio si fa di sè stesso si forma attraverso i giudizi e le valutazioni genitoriali. Il figlio giudicherà se stesso nello stesso modo in cui lo giudica il genitore (“Mi ero sentito dire così spesso che ero cattivo ed egoista, che cominciai a pensare di esserlo davvero!”). Inoltre i giudizi inducono i figli a tenere per sè i propri sentimenti e a non condividerli coi genitori.

5) Etichettare, ridicolizzare, umiliare (Non essere un rammollito come tuo padre.!; Sei proprio stupido se fai così.!)

Questi messaggi possono avere effetti devastanti sull’immagine di sè del figlio. Possono far sentire il figlio indegno, cattivo, non amato. La risposta più frequente dei figli è di restituire ai genitori gli stessi messaggi.

6) Interpretare, analizzare, diagnosticare (So io perchè…)

Questi messaggi comunicano al figlio che il genitore lo ha capito, conosce le sue motivazioni o le ragioni del suo modo di essere. Questo modo di psicoanalizzare è per i figli frustrante e intimidatorio. Se l’analisi del genitore è accurata, il figlio si sente in imbarazzo perchè smascherato mentre se è errata il figlio si arrabbia per essere stato ingiustamente accusato. Messaggi come “So io perché.” interrompono bruscamente il desiderio di comunicare del figlio e gli insegnano che è meglio astenersi dal condividere i problemi con i propri genitori.

7) Minimizzare, dire cosa, come e quando devono provare certi stati d’animo (non arrabbiarti, non essere triste, vedrai che tutto si aggiusterà…)

Anche questi messaggi sono poco utili. Rassicurare un figlio quando si sente disturbato da qualcosa, può semplicemente convincerlo che i genitori non lo capiscano. I genitori minimizzano e rassicurano perché loro si sentono a disagio quando il figlio è ferito, arrabbiato, scoraggiato e via dicendo. Quindi, minimizzando si arresta la comunicazione perchè il figlio sente che i genitori vogliono che egli smetta di provare ciò che prova.

8) Sottrarsi, cambiare argomento, scherzare

Questi messaggi comunicano al figlio che non si è interessati a lui, che non si rispettano i suoi sentimenti o addirittura che lo si rifiuta. I figli in genere sono molto seri e decisi quando hanno bisogno di parlare di qualcosa e quando si risponde loro scherzando, possono sentirsi feriti o respinti. I figli, come gli adulti, vogliono essere /*+ascoltati e capiti con rispetto. Se i genitori li ignorano, essi imparano a esprimere altrove i propri sentimenti e problemi importanti oppure gli chiudono dentro di sé non avendo la possibilità di condividerli con nessuno.

Si osserva, ultimamente, una grande sfida che la maggior parte dei genitori si pongono: crescere i propri figli liberi da insicurezze, paure e ansie; una sfida che, però, deve fare quotidianamente i conti con una società che, al contrario, esige sempre di più e in cui la competizione estrema fa pagare prezzi altissimi, anche ai più giovani.

Esistono alcune semplici strategie per crescere un figlio che creda in se stesso e abbia una buona dose di autostima. Come ha giustamente osservato il sociologo Willy Pasini, L’autostima è un fiore che va annaffiato ogni giorno. E questo lo si può fare soprattutto in ambito famigliare.

  1. I genitori non devono proteggere il proprio figlio dalle difficoltà, bensì aiutarlo a superarle con successo. Così facendo, il bambino impara a contare su se stesso e ad affrontare ogni situazione
  2. I genitori non devono mai rimproverare il figlio in quanto persona, ma solo eventuali suoi comportamenti sbagliati. Non bisogna mai dire “sei uno sciocco!”, ma piuttosto “hai avuto un comportamento sciocco”, sottolineando il fatto che lui – come persona – vale sempre tantissimo e che la nostra stima per lui non è cambiata ma non condividiamo o non approviamo il suo comportamento.
    Inoltre, rimproverarlo di continuo :”Quante volte ti devo dire di mettere in ordine la tua cameretta?” non si ottiene ciò che si desidera, ovvero la sua collaborazione, ma si produce un effetto sgradevole secondario: si insegna a brontolare continuamente!
  3. I genitori devono accettare il figlio con la sua personalità, i suoi errori, i suoi sentimenti. Solo così possono scoprire le sue esigenze, i suoi bisogni e i suoi desideri.
    Parlando col vostro figlio non dateli appellativi offensivi: “sei proprio un maleducato, adesso stai zitto e sali in macchina..”. Intimorire il proprio figlio con appellativi sgradevoli è controproducente e potrebbe rivelarsi profetico, perché lo incoraggerà a non rispondere alle vostre aspettative e imparerà a comportarsi di conseguenza.
    Oppure dire: “Sei un egoista, perché non riesci a condividere con gli altri?”. Dire a vostro figlio che è un egoista gli fa percepire il suo egoismo come un insormontabile difetto di carattere, e lo autorizza a persistere in questo comportamento.
  4. Di fronte alle sue resistenze o ai suoi pianti, non dobbiamo arrabbiarci o insistere. Non minacciatelo, dicendo: “Smettila di strillare e stai fermo mentre ti vesti, altrimenti le prenderai e allora si che avrai ragione di urlare”. Le minacce spingono vostro figlio a opporre maggior resistenza per mettervi alla prova e vedere se date seguito alle parole coi fatti. Gli insegnano, inoltre, che può ricorrere alla violenza per spuntarla, oppure che con la violenza si ottiene ciò che si vuole.
    Come noi, anche i nostri figli hanno bisogno di qualche minuto per calmarsi e osservare la situazione da un nuovo punto di vista. Solo comprendendo le sue emozioni potremo guidarlo verso uno stato d’animo positivo e più produttivo.
  5. Non ricorrete ai ricatti. “Se smetti di urlare e vieni con me ti comprerò la brioche mentre andiamo dalla nonna”. Il ricatto insegna al bambino ad aspettarsi una ricompensa ogni volta che fa capricci. Inoltre, usare il cibo come premio lo spingerà ad associarlo all’amore e alla premura, cosa che potrebbe causare disturbi alimentari o altri problemi legati al cibo.
  6. Evitate i confronti: “Perché non mi dai retta quando ti dico di fare qualcosa? Sei proprio come tuo padre, anche lui non mi ascolta mai.” Dire al vostro figlio che si comporta come un altro famigliare pone in cattiva luce sia lui che il famigliare e non gli insegna a collaborare. Un altro esempio: “Guarda tua sorella come è brava, si impegna e ha dei bei voti..”. Confrontare vostro figlio con la sorella può far accrescere la rivalità tra di loro e farlo sentire inferiore o inadeguato. Il vostro compito, invece, è aiutarlo a realizzare le sue potenzialità indipendentemente da quello che fanno o non fanno gli altri.
  7. Non fate la spia: “Quando tuo padre tornerà a casa gli racconterò cosa ai combinato oggi e che non sei stato ubbidiente”. Affermando che riferirete tutto all’altro genitore dimostra a vostro figlio che non siete in grado di farli rispettare le regole e di educarlo, danneggiando la vostra credibilità. Sollecitare la paura dell’altro genitore intacca la capacità di empatia del vostro figlio.
  8. Non colpevolizzarlo: “Mi hai messo in imbarazzo quando non hai salutato la signora Rossi”. Dicendo al vostro figlio che vi mette in imbarazzo lo fatte sentire responsabile di ciò che voi provate.
  9. Non sminuitelo: “Non puoi comportarti così, ti sei rimbecillito?” . Alludere ad un problema psicologico non spingerà il vostro figlio a ubbidire ma gli darà un’immagine riduttiva di sé. Inoltre, gli insegnerà a giudicare gli altri e a usare parole dure per descrivere il loro comportamento.
  10. Non supplicatelo: “Per favore, perché non puoi fare semplicemente il bravo bambino e vai a letto?” . Pregando vostro figlio di fare il bravo bambino commettete 2 errori che vi costeranno cari: alludete a qualcosa che non va in lui e non gli fatte cambiare idea; poiché il comportamento del vostro figlio non può definirlo come persona, meglio evitare espressioni come “bravo” o “cattivo”.

Per essere più consapevoli della propria funzione genitoriale vorrei condividere con voi alcune indicazioni di massima utili a svolgere meglio il ruolo genitoriale, pur ribadendo che quest’ultimo rimane unico ed irripetibile per ogni situazione.

  1. Cercate di vedere il mondo dal punto di vista di vostro figlio. Mettete da parte tutte le idee che vi siete fatti su di lui e riflettete su chi è vostro figlio, quali sono le piccole grandi prove che affronta quotidianamente, e in che maniera le affronta
  2. Immaginate come apparite agli occhi di vostro figlio. Se per lui siete genitori severi, affettuosi, invadenti, autorevoli o altro…Questa nuova prospettiva potrebbe modificare il modo in cui vi ponete nei suoi confronti, il modo di parlargli e ciò che dite.
  3. Accettateli per quello che sono, senza pretendere che siano più simili a voi o a come pensate che dovrebbero essere. Considerateli perfetti così come sono.
  4. Siate coscienti delle aspettative che avete sui figli e considerate se sono veramente rivolte al loro interesse. Siate consapevoli anche del modo in cui comunicate queste aspettative e di che peso possano avere nella loro vita.
  5. Ascoltate attentamente ciò che vostro figlio vi dice. Ascoltate con le orecchie, con la testa e con il cuore.
  6. Imparate a vivere nelle tensioni senza perdere il vostro equilibrio. Vostro figlio ha bisogno di vedere in voi il suo centro di equilibrio e di fiducia, un punto di riferimento affidabile attraverso cui può trovare l’orientamento all’interno del suo paesaggio personale.
  7. Chiedete scusa a vostro figlio quando vi accorgete di aver tradito la sua fiducia, anche in modi apparentemente insignificanti. Una scusa dimostra che avete ripensato alla situazione considerandola dal punto di vista di vostro figlio. Attenti però a non essere spiacenti troppo spesso; le scuse perdono il loro significato se ne abusiamo, oppure diventano un modo per non assumersi le proprie responsabilità.
  8. Ci sono momenti in cui bisogna essere chiari, forti e non equivoci. Ponete delle regole facilmente identificabili e costanti, ma ammettete, solo occasionalmente, una certa flessibilità.
  9. Il più grande dono che potete fare ai vostri figli è il vostro Sé. Fare il genitore equivale a continuare a crescere nella conoscenza e nella consapevolezza di sé. Questo è un lavoro continuo che ciascuno può portare avanti in qualunque modo gli sembri più adatto. Facciamolo dunque per il bene dei nostri figli e per il nostro.

“Farò ogni sforzo per vedere chi sono veramente i miei figli e per ricordarmi di accettarli per come sono ad ogni età , invece che lasciarmi accecare dalle mie aspettative e paure. Così posso aiutarli a crescere e a realizzare il loro potenziale di esseri unici”

(Jon Kabat-Zinn).

 

Fonte:http://maran-ata.it/mondo-famiglia/la-famiglia/essere-genitori-oggi/